E’ in iniziato tutto ieri sera, venerdì, con un “che strano, mi tira il quadricipite”.
Dieci minuti dopo zoppicavo come se m’avessero sparato ad una gamba, non c’è stato un truma, un colpo o del dolore, la gamba si è semplicemente gonfiata come la testa di Schwarzenegger in “Atto di forza”. Un versamento, un vecchio ematoma, salcazzo cosa è, fatto sta che zoppico once again.
E domenica c’è da giocare, o meglio, c’è da esser pronti a farlo.
Subito è scattato quel perverso processo mentale a cui 10 e più anni di rugby ti hanno abituato, minimizzare l’infortunio, fare finta che non esista e fare di tutto per essere pronto nel minor tempo possibile. E’ un meccanismo perverso, malato a cui sai di non poterti sottrarre anche se non ti farà bene, e non prendetela per una banale posa machista, quel genere di cose svaniscono come neve al sole quando si tratta di fare sul serio, io la gente che gioca con la mano rotta, il ginocchio tenuto insieme dallo scotch e la febbre a 40 “perchè c’era bisogno” l’ho vista sul serio.
Una nottata passata col ghiaccio sulla gamba è servita come un muretto di mattoni davanti ad uno tsunami e l’argilla (che a detta di tutti avrebbe fatto miracoli) è stata utile come una fisarmonica durante lo sbarco in Normandia.
Non rimaneva che tentare di aspirare via il sangue.
La visita è stata a dir poco surreale, sono andato al campo dove la squadra over-40 stava guardando la partita Italia-Samoa, nell’intervallo sono andato nello spogliatoio col “dottore”, un chirurgo plastico che gioca con la squadra degli over, che detta così sembra tragica ma invece, grazie all’esperienza, ne sa più di tanti fisioterapisti. La sala operatoria era una stanza piena di fango, acqua e borse piene di roba sudata, per sdraiarsi un lettino per i massaggi sporco di olio canforato, almeno lui indossava i guanti sterili (però ha fumato il sigaro per tutto il tempo).
“Hmmmm qui mi sa che non c’è sacca, il sangue ormai è entrato nel muscolo e non lo levi con una siringa”, dice tra uno sbuffo di fumo azzurrognolo e l’altro, “Vediamo un po’”. Prende una normale siringa da iniezioni, me la infila nel quadricipite e comincia ad usarla come un cucchiaio da gelato, nel frattempo ho tutto il tempo per domandarmi perché sono li ma evito.
Niente, ormai il sangue è nei tessuti, niente aspirazione miracolosa, mi manda via con due consigli: almeno un’ora di bagno bollente con molto sale e bende zincate.
La giornata finisce li, con una gamba che non ne vuol sapere di tornare a dimensioni normali e te che non mollti, stringi i denti e ti butti bestemmiando nell’acqua bollente per un’ora, anche se dopo saresti perfetto accompagnato dalla maionese, poi passi tutta la serata sul divano con la gamba immobilizzata dalla benda zincata a chiederti se domani ce la farai, a maledire la sfortuna, a sentirti perfino in colpa perchè forse mollerai i tuoi compagni quando avranno bisogno di te.
Però ti tocca farlo, lo fai perché per arrivare dove sei hai passato anni a farti urlare dietro, lo fai per tutte le botte che hai preso, per riscattarti dalle umiliazioni, lo fai perché sai che altri lo farebbero, lo fai per le birre che ti hanno offerto e che offrirai, lo fai per la tua ragazza che non si lamenta e ti capisce, per i tuoi genitori che escono a comprarti le medicine, per le giornata in cui ti svegli e non cammini, per i metri di nastro che consumi ogni anno per fasciarti ginocchia, dita, orecchie, polsi, gomiti, alla fine, ammettiamolo, lo fai per un perverso senso del dovere che ti fa star bene con te stesso, perché altrimenti ti sentiresti in colpa, magari poi non giochi uguale, ma quando te lo chiedono tu devi poter dire “Io ci sono”.
Pubblicato da loffio 
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