Derezzed

29 ottobre 2010

Il film non so come sarà, ma c’è aria di gioia per gli occhi.

Di sicuro so che i Daft Punk non sbagliano mai e questo pezzo è già storia.

Alla faccia del rocknroll.


Simone

28 ottobre 2010

 

Simone è una di quelle persone che solo il rugby può farti incontrare, unonovantaequalcosa, centoepassa kg, tatuato come uno yakuza, mani pesanti e grandissimo cuore. Ha gestito per anni un bar a due passi dal duomo, racimolando così tante storie che se potessi usare una sonda per entrargli nel cervello, probabilmente avrei già un libro sugli scaffali. Adesso ha smesso col bar e ha smesso col rugby, si è messo a disarticolare spalle nel valetudo e ha preso una tabaccheria sotto casa sua, ridendo delle vecchiette che si spendono la pensione nel lotto, ma è ancora in grado di tenere banco per ore, raccontandoti di quando tirò al pappagallo di un ristorante, del giornalaio di fronte al bar, che si faceva fare i pompini dentro l’edicola dalle puttane la mattina presto, o di quel capodanno in cui tenne testa con tre compagni ad una ventina di punkabbestia che avevano assaltato il locale.

Quando ero un giovane universitario perditempo, un caffè da Simone era d’obbligo se avevi appena saltato una lezione in centro, ma guai ad avvicinarsi al banco delle paste senza la sua guida, c’era roba, lì dentro che avrebbe portato il virus dell’ebola a rintanarsi in un angolo pisciandosi sotto.

“Te l’ho mai raccontata quella di Mario, lo strozzino?” mi dice passando uno straccio sul bancone con quelle dita storte da mille slogature su cui ha tatuato il nome della figlia, o almeno così pare, non s’è ancora capito da che parte vada letto.

“No quella dello strozzino mi manca, ma son di fretta…”.

“Ma niente di che fratello, non è proprio una storia. Mario era uno di San Frediano che prestava soldi, il classico pezzo di merda che dovrebbe finire male”. Con l’altra mano, su cui ha tatuato un simbolo del nucleare (non finito), tiene una sigaretta tutta storta, la cenere cade dentro una tazzina ancora da lavare.

“Ed è finito male?”

“Macché, è ancora in giro! L’ho ribeccato l’altro giorno in una sala bingo, vecchio come la merda, bloccato su una sedia a rotelle e col respiratore, che finiva un barattolo di monetine dentro un videopoker mentre e due puttanoni rumeni gliele rubavano di nascosto”.

“Tutta vita..”

“Davvero, quindi gli ho detto “Oh Mario come va?

“E lui?”

“Mi guarda un attimo, si toglie il respiratore, tira su mezza sigaretta con un lunghissimo FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF, guarda i troioni e poi mi sibila..Speriamo di morire presto

Capite perché non rimpiango i due crociati regalati al rugby?


L’Italia che amo

21 ottobre 2010

Cliccate per ingrandire, ne vale la pena.

Grazie Bapho per la segnalazione.


Merdacritic

15 ottobre 2010

“Lorenzo ciao, mi ha chiamato XXXX, non è per niente soddisfatto del voto che hai dato”
“E io che ci posso fare? Facciano giochi migliori e non si beccheranno il cinque”
“Si ma dicono che altre recensioni hanno dato otto, e poi metacritic è mediamente più alto”
“SI vabbeh ora perché le mosche dicono che la merda è buona…”
“Merda o non merda il voto ormai ce lo teniamo, vediamo che dicono le altre testate, però stai più attento la prossima volta”
“Ma io sono stato attento, e non posso che confermare il cinque”

Chiudo la chiamata e da un certo punto di vista mi sento quasi felice, il publisher che si lamenta per il voto è un rito di passaggio che ogni recensore prima o poi deve affrontare, e alla fine combattere per le proprie idee, anche se si parla di “giochini”, ti fa sentire un giornalista serio.

Poi ci penso meglio e calma, dignità e classe vengono rapidamente spazzati via dalla voglia di impiccare con i loro intestini gli inventori di Metacritic e la gente che scrive recensioni senza palle.

Siccome vi vedo già con le facce preoccupate, vi spiego cos’è Metacritic: è un sito che raccoglie giudizi e recensioni su film, show TV, videogiochi e musica e fa una meda ragionata su cui farsi un idea. In teoria sarebbe un ottimo strumento di paragone, in pratica è diventato un bieco strumento di pensiero condiviso con cui i pr si fanno scudo quando osi esprimere un parere non allineato.

Il risultato? Che molto spesso il recensore si fa piacere il gioco, alza il voto di un punticino ed evita problemi a se stesso e alla testata, perché se ti fai la nomea di stronzo tra i PR è finita, non ti chiamano alle conferenze stampa, non ti mandano i giochi, ecc. Ed io che pensavo fossero loro a dover coccolare noi.
Tanto ormai le votazioni funzionano così: 10/9, è da comprare, 8 da comprare se appassionato, 7 prendilo da usato, dal 6 in giù è tutta palude e nessuno cagherà comunque il gioco, quindi anche se il gioco fa schifo gli dai un sei, sette e vai sul sicuro.

E poco importa se nella media vengono inclusi pareri di perfetti sconosciuti, blog di fanboy e siti falsi che non raccolgono neppure la metà delle tue visite, loro vedono il numerino e attaccano:”sei sotto la media metacritic, hai sbagliato te”, così la figura del pazzo contromano in autostrada.

Con questo non sto dicendo che chi dà il voto basso ha sempre ragione, spesso dietro queste sparate si nascondono mosse pubblicitarie o pompose teste di cazzo, ma c’è un motivo se in sala operatoria il parere del chirurgo non conta come quello dell’inserviente che pulisce il vomito dei barboni.


Come ho smesso di cresce ed ho imparato ad amare i Nerf

10 ottobre 2010

Non ho mai fatto mistero di essere stato un bimbo ricco, fortunato e viziato, se volevo qualcosa prima o poi la ottenevo, in un modo o in un altro. L’unico rimpianto è stato il Nintendo, mai avuto il Nintendo, mio padre pensava che fosse meglio seguire la via dell’Amiga, del PC, pensava che le console fossero arnesi fini a se stessi che esaurivano la propria funzione in pochi anni, mentre un pc poteva aggiornato e tornava nuovo come prima.

In parte aveva ragione, ma adesso sono costretto a possedere tutte le console esistenti per ovviare a questo trauma infantile.

Una cosa che di sicuro avevo erano i Nerf, l’arco Nerf per l’esattezza, un coso che sparava grosse frecce di gomma gialla ed i cui colori erano stati palesemente scelti dagli stessi stilisti delle felpe Best Company.

 

Dress to kill

 

Era lento da ricaricare, tremendamente delicato e impreciso, bastava che la freccia si piegasse un po’ o perdesse una delle penne perché la traiettoria diventasse più casuale di quella di un supertele.

Ma nonostante questo era tremendamente divertente, ho passato estati intere a difendere la mia base da orde di ragazzini armati nello stesso modo, poi un giorno attraversando un canale in secca per sfuggire ad un attacco a sorpresa l’arco si è rotto, io sono cresciuto ed i Nerf si sono sedimentati nella memoria come un dinosauro in un pozzo di catrame.

Poi qualche giorno fa quella grandissima puttana del marketing di nome Roberto Recchioni ha vestito i panni dell’archeologo e ha tirato fuori il fossile dei Nerf dai recessi della mia mente. Solo che adesso i Nerf non sono più archi dall’incerto orientamento sessuale, sono fuciloni colorati che fanno invidia alle armi di Unreal. All’inizio è  stato un semplice ricordo ritornato a galla, le cose peggiori iniziano sempre così, è come quando dici “esco per una birretta” e finisci a guardare l’alba abbracciato ad un coccodrillo gonfiabile, poi lo tsunami amarcord ha preso il sopravvento (aiutato probabilmente dal fatto che sono una mente semplice che comprerebbe qualunque cazzata che spunta fuori), e mi sono reso conto che all’alba dei trentanni la fase in cui ti prendi sul serio è passata da un pezzo, o almeno così dovrebbe essere, e ho cominciato a spargere la voce.

Il risultato è che ben presto una ventina di rugbysti si sfideranno per decidere chi è il re dei proiettili di spugna.

E molto probabilmente ne approfitterò per mettere alla prova il mio istinto di cronista di guerra.

Adesso aspettiamo solo che Nerf Hasbro Italia si accorga di noi e ci invii l’arsenale giusto per eliminare il Recchioni ed il suo gruppo di cosplayer che non sanno tenere una pistola in mano.

Io sono già pronto.


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