Modern Game Journalism: The Movie

13 novembre 2011

Come si confà a chi torna sulle pagine del proprio blog dopo parecchio che non scrive, volevo tornare con un video.

Ma siccome Gametrailers ha un embedding dei video particolarmente farlocco, o magari è colpa di WordPress, non lo so, il video ve lo posso solo linkare.

La storia è classica parabola del successo a cui Hollywood ci ha abituato da tempo: Un uomo, la sua ascesa al potere, un sistema malato che gestisce la vita di milioni di persone, la scelta di uscire dagli schemi e l’inevitabile caduta.

Modern Game Journalism: The Movie: The Trailer 

Per tutti quelli che pensano che recensire un gioco sia una cosa facile.


Disinformatori seriali.

11 luglio 2011
Slave to the machine

professionisti dell'informazione

Leggo oggi che Paola Binetti, simpatica vecchietta che crede in cose che non esistono, tipo Dio, l’infallibilità del Papa o il collegamento tra omosessualità e pedofilia, vorrebbe vietare la commercializzazione ai minori di un videogioco che si chiama Euthanasia, reo di istigare la violenza nelle giovani menti.

Più incuriosito dal sentir parlare di un gioco che non conosco che dalla solita volonta censoria del politico bacchettone di turno, continuo la lettura.

E scopro che la Binetti avrebbe espresso questo concetto in un dibattito con Klaus Davi, sedicente comunicatore, giornalista e PR, che le avrebbe chiesto un parere sul gioco.

E a quel punto mi incazzo, perché questo è l’equivalente giornalistico di un cesso chimico che trabocca merda.

Punto primo: andare a chiedere alla Binetti cosa ne pensa di un gioco che si chiama EUTHANASIA è come chiedere ad una persona qualunque cosa ne pensa dei leghisti o chiedere a un adolescente cosa ne pensa di un compito a sorpresa il lunedì mattina, cosa pretendi che ti risponda? Questo non è fare informazione è fare il troll.

Punto secondo: perché parlare di videogiochi con la Binetti? E’ il prototipo della vecchina che passa le sue giornate guardando i talk show pomeridiani di Rai 1, tanto vale parlare di scacchi con un delfino.

Punto terzo:  Il lancio d’agenzia esordisce con questa frase senza senso:” Sarà presto distribuito nei principali negozi di videogiochi in una versione Dvd particolarmente cruenta e, mentre una sua edition pc è già disponibile on line” che è il classico esempio di approssimazione da due soldi che spunta fuori puntualmente quando si parla di videogiochi. Che cazzo sarebbe una “edition pc”? Casomai una pc edition , ma perché un gioco disponibile per Pc online dovrebbe essere diverso da un gioco distribuito su Dvd? Lo sanno queste persone che Pc moderni hanno il lettore DVD? Mah.

Punto quarto: Basta fare una ricerca su internet (bastano cinque minuti del vostro tempo di stagisti sottopagati), per scoprire che Euthanasia non è un gioco come lo intende la maggior parte della gente. Non lo potete trovare nei negozi, e se fosse commercializzato, al massimo lo trovereste nel cestone delle offerte a 5 euro. E’ un titolo totalmente amatoriale, semisconosciuto, creato da una persona sola, uscito nel 2010 di cui pochissimi hanno sentito parlare. L’unica cosa vera è che il suo creatore lo ha attualmente ritirato per uscire cn una versione riveduta e corretta, che FORSE diventerà un gioco  vero e proprio che MOLTO DIFFICILMENTE vedrà la luce sugli scaffali italiani. Stiamo parlando di un gioco di nicchia, creato da una persona sola e venduto su un mercato in declino, quello dei giochi in scatola per PC.

Per farvi un esempio più terra terra, sarebbe come sostenere che un gruppo di protesta su facebook possa in qualche modo far cadere il governo. La Binetti può star tranquilla, i giovani sono troppo impegnati con giochi anche più violenti che vendono milioni di copie da anni, e non è certo colpa loro se è aumentata l’aggressività giovanile.

Badate bene, non sto discutendo la qualità del gioco, che tra l’altro mi era totalmente sconosciuto fino ad oggi (e non è che io recensisco le sagre di paese, ma diciamo che è stata una mia mancanza), e se riescono a vendere 100 copie in italia possono già considerarlo un successo, a meno che qualcuno non giochi sporco e faccia delle pubblicità  ingannevole, e qui arrivamo al…

Punto quinto: Vogliamo parlare un attimo di Klaus Davi? Uno che di mestiere si inventa gli scoop?  Che è stato deferito dall’associazione di categoria di cui faceva parte per questa cosa, e dalla quale è scappato per evitare ulteriori indagini? E’ un disinformatore seriale, che da anni sguazza nel triste sistema italiano come un maiale nel fango e che riesce nonostante tutto a tenere la testa fuori dalla melma, propinandoci il suo sorriso finto e il suo capello impomatato.
Perché questa persona gode ancora di credibilità e visibilità? Perché lavora ancora? Perché non è ancora stato seppellito sotto una provvidenziale montagna di merda?
Non voglio dire che è stato pagato dai creatori di Euthanasia per inventarsi lo scoop, ma di certo a pensar male non farei peccato, visto il personaggio e vista la tendenza di certi PR a pompare giochi mediocri con la facile arma della polemica moralista.

Quello che avete appena letto non è lo sfogo di un giocatore che si lamenta quando toccano la sua passione, è la triste considerazione di una persona che ama scrivere, e cerca di farlo con un minimo di serietà, che si parli di videogiochi o di politica. Perché questa vicenda la dice lunga su molte cose, e contiene tutti i segni di ciò che non funziona in questo settore.

Disinformazione, opportunismo, scarsa professionalità (da entrambe le parti, anche da chi ha riportato l’articolo) e voglia di polemizzare, piuttosto che discutere. Gli ingredienti ci sono tutti, servitevi pure.

Il mio invito a questo punto va alla signora Binetti, e a chiunque voglia discutere di videogiochi e informazione in maniera seria. Probabilmente questo mi appello non vi arriverà mai, ma è  un settore troppo complesso e in evoluzione per lasciare la parola a loschi figuri e anziane signore. Se volete un parere che non sia qualunquismo da due soldi io sono qua, non devo vendervi niente, ma posso evitarvi una ricca figura di merda.


Videogiochi in Italia (no, non è un pezzo di fantascienza)

12 novembre 2010

Tra le tante tribù di bloggers che ci sono in giro, i fumettisti/disegnatori sono una delle comunità più attive. Il motivo è semplice, un blog è un ottimo modo per far vedere i tuoi lavori, per entrare in contatto con i colleghi (e magari parlarne male), per capire come lavorano i tuoi idoli e per lamentarti di quanto sia dura.

Io li capisco bene, sia perché mi son scelto una professione quasi peggiore, sia perché lamentarsi è umano, lamentarsi è… è bello, è come immergersi in un bel bagno schiumoso di commiserazione che ci lava via le scorie del fallimento personale e del successo altrui. Lamentarsi è molto più gratificante che pensare che ci sia qualcuno più bravo di te, è la carezza rassicurante che ti ripete che va tutto bene, per ora.

Quindi non passa giorni che qualche fumettista non ci dica di quanto il settore sia in crisi, di quanto sia dura, di quanto si poco riconosciuto il loro lavoro… e non metto in dubbio che abbiano ragione, ma allora cosa dovrebbe dire chi cerca di fare videgiochi in un paese come l’Italia?
Immaginate di aver appena firmato con un publisher importante, siete li tutti felici che stringete in mano il contratto, entrate in una banca, date la mano al direttore e quello vi chiede “Per cosa le servirebbero i soldi?”

Forza, avete 30 secondi per riuscire a dirgli che volete creare “un giochino” senza farlo ridere.

E dopo che siete riusciti a non cacciare, immaginate di lavorare per anni al vostro gioco, di vederlo crescere, di ricevere opinioni positive dall’estero, ti presentarlo orgoglioso alla stampa italiana.. e di venire ignorati come i mendicanti che vi battono contro il vetro al semaforo. E intanto le riviste di settore si riempiono la bocca con crisi, filiere e cazzi vari e chi si vanta di promuovere l’Italia hi-tech è troppo impegnato a fare li techno-hippie con le macchine elettriche (ogni riferimento a Wired è puramente voluto).

La verità è che per voler creare un videogioco in Italia bisogna essere completamente pazzi, ben più di un musicista, di un disegnatore e di un regista, e se volete conoscere un gioco che fra qualche mese sarà un successone, leggetevi il mio reportage sulla prima creatura dei Vae Victis, ovvero Victory: the age of racing, una simulazione di guida online di cui (spero) sentirete parlare ancora.


Merdacritic

15 ottobre 2010

“Lorenzo ciao, mi ha chiamato XXXX, non è per niente soddisfatto del voto che hai dato”
“E io che ci posso fare? Facciano giochi migliori e non si beccheranno il cinque”
“Si ma dicono che altre recensioni hanno dato otto, e poi metacritic è mediamente più alto”
“SI vabbeh ora perché le mosche dicono che la merda è buona…”
“Merda o non merda il voto ormai ce lo teniamo, vediamo che dicono le altre testate, però stai più attento la prossima volta”
“Ma io sono stato attento, e non posso che confermare il cinque”

Chiudo la chiamata e da un certo punto di vista mi sento quasi felice, il publisher che si lamenta per il voto è un rito di passaggio che ogni recensore prima o poi deve affrontare, e alla fine combattere per le proprie idee, anche se si parla di “giochini”, ti fa sentire un giornalista serio.

Poi ci penso meglio e calma, dignità e classe vengono rapidamente spazzati via dalla voglia di impiccare con i loro intestini gli inventori di Metacritic e la gente che scrive recensioni senza palle.

Siccome vi vedo già con le facce preoccupate, vi spiego cos’è Metacritic: è un sito che raccoglie giudizi e recensioni su film, show TV, videogiochi e musica e fa una meda ragionata su cui farsi un idea. In teoria sarebbe un ottimo strumento di paragone, in pratica è diventato un bieco strumento di pensiero condiviso con cui i pr si fanno scudo quando osi esprimere un parere non allineato.

Il risultato? Che molto spesso il recensore si fa piacere il gioco, alza il voto di un punticino ed evita problemi a se stesso e alla testata, perché se ti fai la nomea di stronzo tra i PR è finita, non ti chiamano alle conferenze stampa, non ti mandano i giochi, ecc. Ed io che pensavo fossero loro a dover coccolare noi.
Tanto ormai le votazioni funzionano così: 10/9, è da comprare, 8 da comprare se appassionato, 7 prendilo da usato, dal 6 in giù è tutta palude e nessuno cagherà comunque il gioco, quindi anche se il gioco fa schifo gli dai un sei, sette e vai sul sicuro.

E poco importa se nella media vengono inclusi pareri di perfetti sconosciuti, blog di fanboy e siti falsi che non raccolgono neppure la metà delle tue visite, loro vedono il numerino e attaccano:”sei sotto la media metacritic, hai sbagliato te”, così la figura del pazzo contromano in autostrada.

Con questo non sto dicendo che chi dà il voto basso ha sempre ragione, spesso dietro queste sparate si nascondono mosse pubblicitarie o pompose teste di cazzo, ma c’è un motivo se in sala operatoria il parere del chirurgo non conta come quello dell’inserviente che pulisce il vomito dei barboni.


Swanstuck! Resoconto Gamescom 2

25 agosto 2010

Non sei un po' basso per appartenere alle truppe d'assalto?

Avrei voluto scrivere le mie impressioni giorno dopo giorno, ma la combo sveglia-vai al padiglione X-corri al padiglione Y-intervista al padiglione Z-cena-scrivi fino alle 4 di notte non aveva niente da invidare a quelle di Killer Instinct, quindi o le scrivevo post-fiera o facevo riposare mezzo emisfero alla volta come i delfini.
Colonia è tedesca come i panzer, i wurstel bianchi e l’efficienza. E’ identica a tutti i parcheggi che gli americani si sono lasciati dietro dopo quella gitarella del ’45 e che sono stati ricostruiti con lo stampino. C’è il centro città lastricato e pedonale, la via dei negozi, una tranvia efficientissima e una periferia progettata da Tim Burton.

E il centro fieristico più grande d’Europa.

Tutta la struttura è collocata lungo un corridoio lungo più di un chilometro, ai lati del quale si aprono enormi padiglioni più grandi di un campo di calcio. Dopo il primo giorno di fiera capisci perché i più scafati si portano dietro un monopattino. Fortunatamente gran parte degli incontri si svolgono in uno spazio relativamente ristretto, che è comunque più grande di un centro commerciale, peccato che quei pidocchiosi di Sony abbiano deciso di svolgere le loro presentazioni in un hotel a 10 minuti di cammino dalla fiera. Il risultato sono state stanze piene di nerdoni sudati e ansimanti che cercavano di scrivere qualcosa prima che il cuore battesse l’ultimo rintocco.

Sulla fiera c’è poco da dire, se sei un giornalista è il fottuto paese dei balocchi. Il mondo intorno a te è li per presentarti in anteprima ciò che gli altri proveranno solo dopo qualche mese, e per farti sentire a tuo agio ti riempirà di magliette, gadget e puttanate. Se poi mentre stai bighellonando tra un appuntamento e l’altro incroci Peter Molyneux che passeggia tranquillo per i corridoi, ci balbetti due parole come una scolaretta di fronte a Robert Pattison e ti fai autografare il pass (senza mandarlo in culo per quella truffa di Fable 2… diciamo che si fa pari con Populos via… perché Syndacate l’ha solo prodotto) allora potresti diventare il primo essere umano a raggiungere la luna facendo l’elicottero col cazzo.  A dire il vero però, lo zenit del “io so’ io e voi non siete un cazzo” (che ho già raccontato a mezzo mondo) è stato raggiunto solo quando ho superato una fila di tre ore per provare Diablo 3 (bello) grazie al passi VIP della Blizzard, attirandomi l’odio seboso di 400 individui che non vedevano l’ora di farmi vedere cosa avevano imparato da Street Fighter, altro che Billionaire.

Per saperne di più su quello che abbiamo visto  la cosa migliore da fare è leggere i pezzi su Eurogamer,it, vi dico solo che Guild Wars 2 spaccherà i culi e che adorerete Star Wars: Old Republic se volete WoW con le spade laser, ma visto che la maggior parte di voi non sa neppure da che parte si prende un pad.. credo che la smetterò qua.

Penso di non aver mai provato una sensazione così prima d’ora, ero nel posto giusto, col ruolo giusto al momento giusto, conoscendo gente interessante, ricevendo preziosi consigli e facendomi un culo così.

Purtroppo non riesco a scrivere questo pezzo meglio di così, quando la passione in quello che fai è troppa perdi quel punto di vista semidistacatto che è fondamentale per scrivere qualunque cose, mi sento come uno di quelli che per descrivere qualcosa urlano e gesticolano come invasati mentre gli interlocutori annuiscono sorridendo e intanto tolgono la sicura al taser.

Sono un fottuto fanboy del giornalismo videoludico, e non me ne frega un cazzo se tutti dicono che è un settore che sta morendo.

Sinceramente spero di non diventare mai come molti miei colleghi che vedono queste fiere solo come un fastidio necessario. Già veniamo pagati due lire per fare quello che facciamo, se ci manca pure la passione… che lo facciamo a fare?


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