“Come è misera la vita negli abusi di potere”

25 novembre 2011

 

Tra le cose più meschine che ti possono succedere in un tranquillo mattino qualunque, il motorino che non parte è una delle peggiori. Certo vivere in Africa e rendersi conto che per mangiare devi convertiti al cristianesimo o scoprire che tua figlia si fa le foto con i post it per mandarle a Repubblica son situazioni peggiori, ma nella scala dei grandi problemi del mondo occidentale (in cui 1 è “la ragazza che usa il tapis roulant di fronte a me non ha un bel culo” e 10 è “ho twittato qualcosa sulle proteste in nord africa e nessuno lo ha notato”) un motorino non funzionante è un discreto dito nel retto, soprattutto perché ti costringe a rivedere tutti i piani della giornata, e soprattutto perché avevi cambiato batteria solo un mese fa.

Dunque eccomi qua con uno stato d’animo a metà fra un Balrog del Signore degli Anelli e Godzilla a cui arriva una fattura con tutti i danni procurati a Tokio, che spingo il mio motorino dal meccanico. Imbocco una strada contromano e incrocio due vigili della municipale.

Ora io nonostante giudichi in maniera sprezzante le persone in base a molti fattori, ad esempio non mi siederei mai a tavola con chi apprezza le modifiche fatte da Lucas a Star Wars o salverei la vita di chi pensa che creare un gruppo/petizione su facebook per ridurre lo stipendio ai parlamentari sia una cosa seria, se c’è una cosa su cui cerco di non classificare le persone, quello è il lavoro.

Ma faccio volentieri un’eccezione nel caso di ausiliari del traffico, municipali e così via.

E a quanto pare non sbaglio perché uno dei due mi guarda, si ferma e mi fa:

“Scusi, lei lo sa che in teoria dovrei farle la multa?”

“Guardi non è cosa… sono di fretta perché devo andare a lavoro e questa è la strada più breve per arrivare dal meccanico… lasci fare”

“Ah beh se la mette così io potrei anche scrivere eh?”

Sospirone, metto il motorino sul cavalletto, ingoio un “Brutta testa di cazzo, ringrazia che non siamo in GTA o ti avevo già sfondato la mascella di calci” e rispondo:

“Ah scrive? Guardi che caso, sono un giornalista, scrivo anche io. Mi dice il suo nome, che questa storia la voglio raccontare?”

“Eh no ma che c’entra, era per dire, comunque sia più gentile con le persone”

“Ok, arrivederci”.

Non è vero che in Italia non esiste giustizia. È invece vero che non bisogna mai chiederla al giudice, bensì al deputato, al ministro, al giornalista, all’avvocato influente. La cosa si può trovare: l’indirizzo è sbagliato.

Giuseppe Prezzolini


Scontri generazionali tra giovani-giovani e giovani-vecchi (Per la serie, quando non sai che titolo mettere, sii didascalico).

6 dicembre 2010

A differenza di Liu Xiao Bao, minatore cinese che vive in un container accanto alla miniera che probabilmente un giorno se lo inghiottirà, noi opulenti occidentali possiamo ancora permetterci il lusso di svegliarci con un dubbio: “Chissà se oggi a lavoro sarà l’ennesima giornata di merda?”.

E mentre Liu Xiao Bao scende a 3km di profondità fischiettando l’inno aziendale, noi arriviamo in ufficio certi che lo sarà, granitici nel nostro pessimismo cosmico, frutto di secoli di lamentele con amici, parenti e social network vari.

Ma mentre sono lì che mi gusto il frutto di quella produttrice di guano che il resto dell’ufficio chiama “macchina del caffè”, il capo mi chiama e fa “Lorenzo, oggi devi accompagnare dieci modelle in giro per il centro e fare un filmato, fammi delle inquadrature a metà tra il pubblicitario ed il vecchio porco”.

A volte è decisamente bello avere torto.

Dopo un’oretta le “modelle” sono arrivate tutte. Sono giovani, fresche, carine, ma le virgolette sono d’obbligo visto parliamo di dieci ragazzine che hanno semplicemente più voglia della media di far vedere un po’ di coscia e una madre che le ha caricate delle proprie ambizioni di partecipare ad un al prossimo reality.

Le carichiamo in macchina, alcune vanno col fotografo, alcune da sole, tre finiscono in auto con me e il capo.

Neanche il tempo di mettere il culo sul sedile che partono in coro: “si può fumare?”, quindi apriamo i finestrini così che le tre possano colorare il proprio respiro con la nicotina mentre spettegolano. Non ho le cuffie e siamo in una 500, non ascoltare è praticamente impossibile, quindi quando una delle boccucce di rosa dice: “mi sa che Gianpierubaldo (nome di fantasia, almeno spero) è buco, gli ho tenuto la mano sul pacco tutta la sera e non mi ha manco cahata” non posso che girarmi verso il capo con scritto in faccia: “Padre, ti prego, allontana da me questo amaro calice” che manco Barbara d’Urso quando presenta un bambino col cancro che cerca disperatamente il suo cucciolo senza una zampa, regalo della nonna morta investita da un rumeno ubriaco.

Il capo rimane con lo sguardo fisso sulla strada, impassibile, solo le nocche bianche tradiscono i pensieri granguignoleschi di un 40enne sposato con figli.

Neanche il tempo di lasciar sedimentare la frase che la seconda rincara:”Si tanto ormai o son buchi o ti cercano per farti pippare e trombarti”. Il capo abbozza un “Via ragazze non è proprio così…” con voce strozzata mentre io cerco sull’iPhone un sistema per contraccettivo che faccia nascere solo maschi.

Dopo queste battute cala il silenzio, arriviamo in centro che ormai mi sono convinto che è solo colpa mia, che d’altronde sono diciottenni ed io a quell’età andavo in giro con un piercing finto per far colpo sulle svedesi ed ascoltavo Alexia, che se ti metti a paragone con delle ragazzine per sentirti culturalmente elevato sei veramente un povero e che dovrò trovare presto un defibrillatore per il capo se un’altra tizia comincia a cambiarsi con lui ancora in macchina.

Scendo dalla macchina, su Firenze comincia a scendere una pioggerella uggiosa che sicuramente ci seguirà tutto il giorno. Sto controllando che la videocamera sia a posto quando una delle tizie mi chiede “Ma scusa, visto che piove, potevate darci anche casco e spalline”.

“Quello è il football americano”.

“E non è la stessa cosa?”.

“Come spiegarti… tu hai una parrucca?”

“No, sono capelli veri”

“E non è la stessa cosa?”

“Non capisco”

Almeno a Liu Xiao Bao l’ultima femmina gliel’hanno gettata da una rupe senza costi aggiuntivi.


Grazie

21 novembre 2010

L’arbitro lancia tre fischi, Italia-Australia è appena finita ed io sto scambiando qualche battuta con i compari, aspettando che che il grosso della folla esca dalla stadio.

Uno sconosciuto si avvicina e mi chiede se sono io che gestisco questo blog, io sono già li che penso “ecco, è finita, un fan di Michael Jackson mi ha raggiunto e ora mi pugnala al cuore” e invece mi stringe la mano e mi fa i complimenti.

Ero talmente pietrificato dalla sorpresa che devo essere apparso scortese, casomai ti chiedo scusa, ma grazie, grazie davvero, mi hai reso un uomo felice.


Simone

28 ottobre 2010

 

Simone è una di quelle persone che solo il rugby può farti incontrare, unonovantaequalcosa, centoepassa kg, tatuato come uno yakuza, mani pesanti e grandissimo cuore. Ha gestito per anni un bar a due passi dal duomo, racimolando così tante storie che se potessi usare una sonda per entrargli nel cervello, probabilmente avrei già un libro sugli scaffali. Adesso ha smesso col bar e ha smesso col rugby, si è messo a disarticolare spalle nel valetudo e ha preso una tabaccheria sotto casa sua, ridendo delle vecchiette che si spendono la pensione nel lotto, ma è ancora in grado di tenere banco per ore, raccontandoti di quando tirò al pappagallo di un ristorante, del giornalaio di fronte al bar, che si faceva fare i pompini dentro l’edicola dalle puttane la mattina presto, o di quel capodanno in cui tenne testa con tre compagni ad una ventina di punkabbestia che avevano assaltato il locale.

Quando ero un giovane universitario perditempo, un caffè da Simone era d’obbligo se avevi appena saltato una lezione in centro, ma guai ad avvicinarsi al banco delle paste senza la sua guida, c’era roba, lì dentro che avrebbe portato il virus dell’ebola a rintanarsi in un angolo pisciandosi sotto.

“Te l’ho mai raccontata quella di Mario, lo strozzino?” mi dice passando uno straccio sul bancone con quelle dita storte da mille slogature su cui ha tatuato il nome della figlia, o almeno così pare, non s’è ancora capito da che parte vada letto.

“No quella dello strozzino mi manca, ma son di fretta…”.

“Ma niente di che fratello, non è proprio una storia. Mario era uno di San Frediano che prestava soldi, il classico pezzo di merda che dovrebbe finire male”. Con l’altra mano, su cui ha tatuato un simbolo del nucleare (non finito), tiene una sigaretta tutta storta, la cenere cade dentro una tazzina ancora da lavare.

“Ed è finito male?”

“Macché, è ancora in giro! L’ho ribeccato l’altro giorno in una sala bingo, vecchio come la merda, bloccato su una sedia a rotelle e col respiratore, che finiva un barattolo di monetine dentro un videopoker mentre e due puttanoni rumeni gliele rubavano di nascosto”.

“Tutta vita..”

“Davvero, quindi gli ho detto “Oh Mario come va?

“E lui?”

“Mi guarda un attimo, si toglie il respiratore, tira su mezza sigaretta con un lunghissimo FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF, guarda i troioni e poi mi sibila..Speriamo di morire presto

Capite perché non rimpiango i due crociati regalati al rugby?


“Portatemi il cicciottello” (parto two)

10 ottobre 2008

Eravamo rimasti a: Poi improvvisamente la musica si abbassa, le luci si concentrano sul palco e comincia il clou della serata…

Ed il locale esplode in un caledoscopio di glitter, calze a rete e piume di struzzo.

Nella mente di ogni uomo esiste uno spazio dedicato al proprio personalissimo Vietnam, quelle memorie indelebili e traumatiche che vengono ricordate periodicamente quando l’acol comincia a bruciare in gola. C’è chi ricorda quando ha scoperto l’amore di una vita che cercava di aprire l’ombrellone del bagnino, chi pensa con rabbia il angherie del capufficio, un florilegio di traumi, rancori, odio represso e non metabolizzato che rimane li tutta la vita, pronto ad uscire al momento giusto.

Beh nel mio Vietnam un posto d’onore è dedicato al ricordo di 1000 persone seminude che seguono i balletti di quattro drag queen su una base spagnoleggiante  “Come è bello far l’amore da Trieste in giù” e da quello che seguì dopo.

Come detto in precedenza stavamo smaltendo la delusione patita per la mancanza di lesbiche “vere” (cioè finte) con una corposa cura a base di alcolici di bassa qualità, quindi accogliemmo l’arrivo delle quattro sculettanti macchie di colore con ingenua euforia, come pischelli che in motorino si avventurano alle Piagge in cerca del fumo, eravamo spensierati inconsapevoli del rischio mortale.

Dopo la coreografia iniziale le quattro carampane scendono tra la folla e cominciano ad aggirarsi come velociraptor in mezzo all’erba alta, salutate da applausi e ovazioni. Noi ce ne stiamo li al bancone, in mano un vodka lemon abbozzato in un bicchiere di plastica e lo sguardo di chi sta guardando un acquario.

J: “Però quella è caruccia, secondo me non è lesbica”
Indicando una tizia incastrata tra  nano stempiato pelato  e sudaticcio che le sta attaccato alla gamba tipo cane ed una/o che a giudicare dalle braccia fa 100 kg di panca piana e ti stupra con una mano mentre con l’altra legge “Eroi Piglianculi”.

io: “Probabilmente si chiama Franco e ce l’ha più lungo di me e di te messi insieme”

J: “Ma no dai, si vedrebbe!”

io: “Non ti ricordi il Silenzio degli Innocenti?”

J: “Porcaputtana è come andare in guerra con le divise tutte uguali”

I nostri bicchieri si toccano in un brindisi doveroso

io: “Facciamo un giro va, che c’è uno in canottiera traforata che mi fissa ed è meglio cambiare aria”.

Con passo incerto ma costante ci facciamo largo tra la folla di manfruiti, la musica passa senza ritegno da Paola e Chiara ai Village People, da “You spin me around” a “Girl just wanna have fun”, sembra di stare nello stereotipo cinematografico della festa gay, mancano solo i poveretti etero che rischiano di venire inculati dalla drag di turno.

O cazzo cosa ho appena detto?

“Lui! Lui! Portatemi lui! Portatemi il cicciottello! Lo voglio strapazzare di baci!”

O di nuovo cazzo chi ha appena detto che cosa?

Passandomi la mano sul viso cerco di mettere a fuoco la situazione mentre il mio ignaro compare sculetta a ritmo di “Bandiera Gialla”, mi guardo intorno spaesato ed infinie lo/la vedo:

Serviti il tuo pasto cowboy

Serviti il tuo pasto cowboy!

Immaginate un carro del carnevale di Viareggio, togliete l’atmosfera innocente e gioiosa, togliete eventuali ballerine e metteteci il vocione, le labbra glitterate, le poppe finte e le manine tozze e grassottele. Il resto della settimana è P.B. anonimo impiegato sovrappeso di una ditta di ondulati plastici,ma stasera è “Regina”, e vi ha scelto come piatto esotico della serata. Immaginate un laser che parte dal suo dito e finisce dritto dritto sulla schiena del vostro amico, sfiorandovi la guancia, e segnalando a tutti i boys del locale che è il momento di entrare in azione. Il sollievo che provate per averla scampata è pari solo all’apprensione per le giovani carni del vostro compare che stanno per essere corrotte dalla “Tigre della Cementubi di Montelupo Fiorentino”, pensante alla madre del vostro amico che vi chiede come mai da quella sera lui ha difficoltà a sedersi e ha pure cominciato a farsi la ceretta e darsi la crema antirughe, pensate ad anni di sbronze, viaggi in macchine che puzzano di scorreggia, partite vinte con le lacrime agli occhi, botte prese e botte da te..

Pensate un sacco di cose ma sopratutto pensate ad una cosa:

Dovete fare qualcosa per salvarlo, e dovete farla SUBITO.

io:”Tu prosegui dritto e non ti girare”

j:”Eh cosa? Ma perchè? Cosa non devo vedere?

io”Ho detto vai dritto, tranquillo non c’è niente”

J:”Oh ma quella sta chiamando noi, andiamo”

io:”Non è una lei, andiamo”

J:”Ma come no dai! E’ una lei!”

Regina:”Fermateli! Portateli a me!”

io:”VAI PER DIO VAI! TORNA AL BANCONE BUDELLO INFAME DI CHI SO IO!”

j:”Eh ma che cazzo c’hai? Ora non riconosci più una merdaiola manco se ti chiama! Se non la reggi bevi meno! Sei proprio un mostro!”

Il vocione del carro allegorico si perde nel chiasso del locale, io penso seriamente di mollare il mio il mio wingman in balia della sua sorte ma una ultima occhiata all’orrore glitterato mi fa desistere, in fondo sono un buono io. Con la cosa dell’occhio vedo qualcuno che si gira e prova battermi su una spalla ma ormai siamo riusciti a confonderci tra la folla e riguadagnamo il bancone.

J:”Questo testa di cazzo mi ha portato via da una tizia che ci cercava!”

io:”Era un uomo”

J:”Sei ossessionato da questa storia degli uomini!”

io:”No son gli uomini che sono ossessionati dal tuo culo, e ora offri da bere a chi te lo ha salvato”

j:”Ma per me puoi anche pupparmelo guarda”.

E’ proprio vero che i grandi gesti spesso non sono ricompensati…


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