Mumbai è un bel posto, se sei un gastroenterologo (parte 2)

14 febbraio 2012

 

“I’m sorry sir, I need professional help for this”.

“Ma come Suresh”

“Sunjay”

“Scusa, ho visto troppo Heroes”

“Eh?”

“Niente fa cagare, non guardarlo, dicevo, ma come professional help? Ma lo vedi che devi tirar su quattro gambe, metterci su il forno e poi collegarlo alla corrente?”

“But sir is expensive”

“Si lo so ma siete quattrocento, e trecentonovantanove stanno solo a guardare, prendi dieci persone  tira su sto forno”.

“E non guardarmi come s’è t’avessi dannato all’inferno, non ce l’avete l’inferno voi Hindi!”

Sono le una di notte, ed ero passato allo stand verso le sei tanto per vedere come procedevano i lavori, dato che non procedevano, ho dovuto prendere ogni singolo omino dei monta-stand indiani e comandarlo come fosse un soldato di command & conquer, senza il mouse e senza la possibilità di selezionare più unità contemporaneamente.

Lo standista medio indiano è come un motore, ma non nel senso che è industrioso, ma perché ha quattro fasi: Osservazione, tentativo, scazzo, avanti il prossimo. Ad esempio, il tizio che da mezz’ora sta guardando con aria intensissima la struttura dove monteranno l’LCD è nella seconda fase, mentre quelli che stanno avvitando le gambe del forno come stessero disinnescando una bomba nucleare presto arriveranno alla fase scazzo, e qualcun’altro finirà di avvitarle.

È per questo che di solito lavorano in due e gli altri guardano, perché almeno sanno cosa non fare quando toccherà a loro.

Ed è per questo che devi tenerli sempre d’occhio, quando passano alla fase “avanti un altro” devi vedere dove vanno e dargli un altro compito, altrimenti li hai persi per sempre.

Dopo circa quaranta minuti, le quattro gambe del forno sono state montate, ed ecco che arriva il pezzo forte, ovvero ciò che gli indiani sanno fare veramente bene: rischiare la vita sotto carichi enormi. Sì perché quando in un paese sensato hai tanta gente da far lavorare non la mandi in massa a iscriversi a Scienze politiche o giurisprudenze, gli fai sollevare due volte il suo peso in un cantiere, e quello ti ringrazia pure.

Quindi se c’è da spostare un frigo da 500 kg o un forno da 300 invece di pagare tanto un tizio col muletto, paghi poco 10 smilzi che lo spostano a mano, e pazienza se le vertebre gli diventano come una pila di ringo boys, una nazione in crescita non trema di fronte a certe sottigliezze.

In compenso, il popolo della nazione in crescita aveva sbagliato le dimensioni dei frigo da mettere sotto il bancone, quindi l’uomo della nazione in stallo economico è dovuto rimanere fino alle tre di notte a supervisionare lo smilzo che, lavorando di lima, scalpello e martello ha ricavato lo spazio necessario.

Nel frattempo, la posizione dell’LCD è stata cambiata almeno 10 volte, sempre la stessa ragione, lo montavano sorto.

“Scusate, ma voi in India ce l’avete l’Ikea?”

“No sir”

“Ah ecco”.


Mumbai è un bel posto, se sei un gastroenterologo (parte 1)

2 febbraio 2012

Se dovessi scegliere tra Delhi e Mumbai, le affitterei entrambe all’esercito per testarci armi battereologiche e andrei a vivere all’inferno. Tuttavia, nella classifica “Posti in cui non vivrei neppure se mi pagassero, ma comunque interessanti”, Mumbai è sicuramente ai primi posti.

Mumbai è il classico esempio di come il mare renda migliore anche il peggiore dei posti, perché senza il mare sarebbe fondamentalmente Delhi con un po’ più di verde. È sporca come Delhi, è caotica come Delhi, c’è quel clima da “oddio adesso qualcuno si fa saltare e muoio” come a Delhi e soprattutto, indovinate un po’, ci sono gli indiani, proprio come a Delhi.

Perché alla fine, il problema grosso, sono sempre loro, gli Indiani.

Non prendetemi per razzista, non sto dicendo che gli Indiani sono gente arretrata come i leghisti o quelli che affittano i macchinoni per fare gli aperitivi, ma ci sono cose che gli riescono bene, come i balli di gruppo, i cibi che ti fanno spruzzare dal culo e le divinità sanguinare, e cose che gli vengono male, come il fare le cose velocemente, scimmiottare i gusti occidentali o dare indicazioni.

Prendiamo ad esempio una cosa semplice come i fazzolettini di carta, se il vostro capo vi dicesse “Vai a comprare tanti fazzolettini di carta” voi cosa fareste? Prenderete il primo taxi, gli direste “portami al supermarket più vicino e aspettami li”, comprereste i tovaglioli di carta e tornereste dal capo.

In India, no, in India voi dite al tassista “portami a un supermercato, o un centro commerciale” e dopo 20 minuti di mancate collisioni vi ritrovate di fronte a palazzone pieno di negozi di vestiti.

Allora uscite, gli dite che non è il posto giusto, lui a gesti vi fa intendere che adesso ha capito, vi porta di fronte a un altro palazzone che vende radioline e fa un vago gesto con la mano verso i piani superiori.

Voi salite, vi fate tutti i piani senza trovare un cazzo e vi rassegnate a chiedere ad una guardia, che vi risponde in hindi stretto, indicando il palazzo di fronte.

E a quel punto le orecchie di Ganesha cominciano a sanguinare.

Uscite, tornate dal tassista, gli snocciolate varie catene di supermercati internazionali, così magari capisce, e all’improvviso gli s’illuminano gli occhi, vai tassista, vai, sentitela, non vuoi far sanguinare ancora le orecchie di Ganesha vero?

Altri 20 minuti di clacson, accelerazioni, puzza di sudore misto a spezie e siete in una strada di edifici bassi, in cui fanno bella mostra di sé magliette false, statuine che scopano nelle posizioni del Kamasutra e merde di cane, e mentre voi urlate “Napkins, porcamerda Napkins!” al tassista lui riparte a indicare a caso, tanto da farvi maledire Ghandi per aver liberato un popolo che aveva dannatamente bisogno della precisione britannica.

Decidete comunque di fidarvi un’ultima volta, ma costringete il tassista ad accompagnarvi, tanto anche se gli rubassero il taxi il traffico è tale che potreste raggiungere il ladro camminando all’indietro, e vi ritrovate in una viuzza a cui manca solo un’insegna luminosa con scritto “Rapina con sgozzamento” a caratteri cubitali.

Fatto qualche passo il tassista vi indica una scaletta, la salite immaginandovi nella prossima edizione di Al-Jazeera, e invece di fronte a voi si apre un negozietto tranquillissimo, pieno di articoli usa e getta per la casa.

Comprate tutto senza badare al prezzo, ma dalla faccia del commerciante è probabile che ci abbia guadagnato come se vi avesse venduto foglie d’oro, e risalite sul taxi.

Ci sono volute quasi due ore per trovare dei tovagliolini di carta, sono le sei e devi tornare in fiera per supervisionare il montaggio dello stand.

“Beh dai, per cena dovrei essere a casa pensi”.

“Beh dai, speriamo che l’hotel abbia un ristorante aperto alle due”, penserai qualche ora dopo.

Ma di questo parliamo nella seconda puntata.


Delhiverance

1 dicembre 2011

Si dice che in India non ci atterri, ci sbatti contro.

Ora io non so se l’aver girato quasi tutta la Thailandia e le due settimane in Malesia siano bastate a rendere più mite il mio shock culturale, ma l’unica cosa su cui ho rischiato di sbattere è stato un camion che procedeva contromano senza il minimo imbarazzo nell’autostrada che collega l’aeroporto di Delhi con la città.

“You now it’s very late, pipl (si pipl) get confused, they are tired” mi spiega l’autista.

Eh come no, succede anche in Italia, gli spiego, ma di solito chi lo fa viene inseguito dalla polizia, e gli altri guidatori si comportano come se li inseguisse Godzilla, non con la banalità con cui si affronta una coda.

“We in India believe in reincarnation!” sorride.

Eh bravo, ma non penso che sia inclusa come benefit nel visto turistico.

Di solito le guide quando parlano dei di paesi del sud-est asiatico li definiscono “posti ricchi di contrasti, colori, vecchio e nuovo che si mescolano, ecc” e altre puttanate che potrete raccontare quando nessuno vi chiederà com’era il viaggio ma voi porterete comunque li la discussione per vantarvene e spesso non hanno torto. In ognuno di questi posti c’è una zona piena di grattacieli, starbucks, McDonald e altri fondamentali valori occidentali che convive gomito a gomito con quartieri popolari dove se ti va bene muori per un filo scoperto, se ti va male col filo ti ci garrotano per rubarti le scarpe.

Ecco Delhi di tutto questo se ne fotte altamente, come delle regole del traffico d’altronde, gli ultimi edifici li hanno costruiti gli inglesi all’inizio degli anni ’80 e da quel momento tutti se ne sono fottuti altamente di creare un qualcosa che in cui il turista occidentale medio potesse riconoscersi.

Prendete New York, togliete la maggior parte dei grattacieli, date una bella botta col maglio demolitore a quelli rimasti e riempite lo spazio rimanente di vialoni sconnessi e vicoli che nemmeno in Assassins Creed. Adesso metteteci tutta la sabbia del mondo e collegate il clacson di ogni mezzo con l’acceleratore, e più o meno vi siete fatti un’idea. Sembra una Beirut dove si mangia meglio, o la versione sporca di Bangkok e, credetemi, Bangkok è meno pulita della casa di un uomo che è stato mollato da due settimane.

Visto che sono rimasto in zona solo per un paio di giorni, ammetto di non essermi potuto fare un’idea completa del posto, ma fidatevi se vi dico che se a Delhi non troverete quasi niente di ciò che potrebbe attirarvi in India, ma questo non vuol dire che non vi siano cose interessanti da vedere.

Magari ve le racconto domani, che ormai è tardi, o almeno credo, quando giochi troppo col fuso orario ti ritrovi nel cuore della notte ad aver voglia di caffellatte e svegliato dal venditore di cobra impagliati nel primo pomeriggio, dopo che ti eri messo un attimo sulla panca per riposare gli occhi come i camionisti rumeni della Modena-Brennero.

Diciamo solo che, se proprio dovete andare in un mercato indiano, cercato di farlo quando non c’è la serrata generale contro i negozi occidentali.


I Marsigliesi

27 agosto 2009

Quattro magliette, una camicia a fiori, un cambio di pantaloni corti, scarpe, mutande & calzini, asciugamano (nessun viaggiatore parte senza, si sa), caricabatterie, un libro, sacco a pelo. E’ tutto pronto, diciamo, visto che l’unica cosa certa è che si parte stanotte alle 11.30, destinazione Marsiglia

Quando arriviamo? Non si sa

Dove dormiamo? Non si sa, ma Zicky (un giorno vi racconterò perché ho un amico soprannominato Zichichi) giura e spergiura di aver trovato un bellissimo campeggio con tanto di piscina, poco fuori Marsiglia.
Quel ragazzo è fissato coi campeggi, lo sa Dio perchè (di solito queste cose risalgono all’infanzia però… forse i suoi un giorno lo hanno dimenticato in un motel e da quel momento preferisce gli spazi aperti).

Scopo della missione è mangiare “bouiabasse ”  e bere pastisse finchè morte non sopraggiunga, sperando di non finire come in un libro di Izzo. Siccome la sorte è una mistress sa come dispensare piacere e dolore, ha pensato bene di farmi graffiare un occhio da una giornata ventosa. La minima fonte di luce mi fa scappare via soffiando, se metto un paio di canini finti finisco con un paletto nel cuore in qualche vicolo del Porto Vecchio. Sono riuscito a scrivere questo quattro righe solo grazie alla mia decennale conoscenza della tastiera visto che di tenere gli occhi aperti davanti al pc non se ne parla.
Vediamola in modo positivo, avrò una ottima scusa per lo sguardo spento e gli occhi arrossati quando il tasso alcolico degno di un alpino di guardia a Dicembre.

Ci si vede domenica sera


The flower of Scotland

22 maggio 2009

Io vado ad Edimburgo a vedermi l’Heineken Cup… A lunedi stronzi!

Siamo sulla A1, il Pennelone guida baciando i le targhe di quellidavanti con il cofano, si canta Gianna Nannini ed è tutto molto bello.


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