Scusate…

5 aprile 2011

avrebbe dovuto trovare posto l’ennesimo pezzo cabaret/nerdico, lo so, ma la mia produttività di bloggatore sta subendo attacchi da nuovi ed interessanti nemici:

Sto provando Sword and Sworcery, probabilmente la cosa più bella che potete provare su un iPad, se non ne avete uno, potete sempre comprarne la colonna sonora su iTunes di Jim Guthrie, se vi piace la musica 8-bit (ma anche se non vi piace).

Sto studiando sceneggiatura (avete consigli?).

Sto pensando di realizzare un documentario (idem).

Sono alla continua ricerca di qualcosa che zittisca una voce interiore che dice che sono nei migliori anni della mia vita e sto sprecando tempo. Credo sia quella vocina che muove tutti quelli che hanno cercato di creare qualcosa nel mondo del cinema, dell’arte, dei videgiochi, di tutto. La voce che dice “hai delle cose interessanti da dire, dille a tutti”

Spesso, diciamo 9 volte su 10 quella voce sbaglia, e sei solo un presuntuoso di merda, ma non è questo il problema.

Il problema, alla fine della corsa, è essere Jerry Rice e non uno dei milioni di negri di cui nessuno sentirà mai parlare e che ci hanno provato.


My religious background is that my mother is a Christian Dior Scientist.

4 febbraio 2011
Ieri mi hanno fatto una domanda che mi ha fatto pensare tutta la sera, il che non è mai un bene.
Pensare è MALE, ma pensare la sera è PEGGIO, è come scoperchiare un tombino la cui puzza non ti farà prendere sonno.
Praticamente, un lettore di Eurogamer mi ha chiesto “ma te, per fare sta bella vita da critico di videogiochi e sparare sentenze, che background hai? Pensi di essere adeguato?” 

E sinceramente a questa storia del background del critico e dell’adeguatezza non ci avevo mica mai pensato. Ma proprio mai.

Henlein diceva che il critico è un individuo che odia allo stesso modo tutti gli individui creativi, e per questo motivo è in grado di giudicarli. Io non so se sono un buon critico, ma di sicuro so che non odio tutti allo stesso modo, anzi la cosa che mi risulta più difficile è contenere i miei eccessi, sia in positivo che in negativo, credo sia la parte più difficile per chi deve giudicare le cose altrui.

Ma ormai i famigerati 15 minuti di celebrità sono stati sostituiti con i 15 lettori, ed io a questo piccolo pubblico ci tengo, sia a quei pochi bischeri che leggono queste pagine, sia alla folla molto più corposa che legge e commenta i miei pezzi su Eurogamer, quindi quando scrivo tento sempre di mettere qualcosa di me, qualcosa di personale, come se stessi consigliando l’ennesimo amico che mi chiede se è meglio comprare l’Xbox 360 o la Ps3.

Mi è capitato nel corso del mio lavoro di innamorarmi fin troppo di un titolo e di pestarne troppo duro un altro. E a meno che tu non abbia assolutamente ragione, c’è sempre qualcuno che dice la sua.  Nel primo caso a riprenderti di solito è il capo, perché un eccessivo entusiasmo può essere erroneamente scambiato per corruzione o servilismo, nel secondo sono i PR ad incazzarsi, perché le brutte recensioni non piacciono a nessuno. Ma in entrambi i casi è il pubblico il giudice più severo, e proprio dal pubblico mi è arrivata questa domanda sul background.

Non che me ne freghi un cazzo se alla gente non vanno bene i miei giudizi, beninteso, perché se cominci a dare giudizi in base a ciò che vogliono gli altri è finita, come dicono gli inglesi “Don’t blame the player, blame the game”, ma comunque ci ho pensato.
E a pensarci troppo mi sono reso conto che non so che brackground ho, non so neppure se ho un background, sono tanti pezzi messi lì, la mia personalissima strada di mattoni dorati, che mi hanno portato dove sono adesso.

Ricordo che sono sempre stato dal lato geek della strada, quello imbarazzante, dove sei sempre a spiegare le magliette e la gente ti guarda strano, o non ti guarda proprio.

Non vi dico che è stato piacevole, anzi spesso non lo è stato per niente, ma ormai è andata così.

Ricordo mio padre è gli interminabili pomeriggi passati con lui davanti alla televisione, nel vano tentativo di farmi piacere la Formula 1, sempre lui che mi traduce i primi cartoni animati di superman in inglese o che mi indica la radio e dice “questo è Eric Clapton”. Ma sopratutto di quando mi passa l’Atari 2600 o quando, anni dopo, mi crea i dischi d’avvio per giocare a Dune 2 o Dark Forces.

Ricordo mia madre che mi voleva portare al mare il pomeriggio, mentre io volevo andare in sala giochi o quando, più grande, scuoteva la testa perché stavo sui manuali Cyberpunk e non in spiaggia. La ricordo prestarmi l’aspirapolvere per crearmi lo zaino protonico dei Ghostbuster, o quando mi fece fare una torta fatta a computer per il mio compleanno.

Ricordo i pomeriggi e le sere a casa di mio cugino a leggere Zzap, che mi portò a leggere TGM, K, Giochi per il mio computer ed ogni rivista possibile.
Ricordo l’esercizio di pazienza di caricare un gioco del Commodore con la cassetta, ricordo quando per poco non svenni quando mio padre comprò l’Amiga e sembrava che la grafica non potesse andare oltre.
Ricordo lo smacco del vicino di casa che ebbe il gameboy prima di me, ma anche il trionfo di finirgli Super Mario Bros in faccia.

Ricordo gente a scuola che trovava la propria tribù: metallari, discotecari, fattoni, punk, ed io che giravo con una maglietta di Alien, e non che questo abbia aiutato la mia vita sociale, soprattutto con l’altro sesso. Ricordo la media del nove nei temi e la media del tre nei compiti di matematica. Ricordo di aver passato ore su ogni gioco possibile, senza però eleggerne mai uno a mio preferito.

Ora che ci penso questa filosofia mi ha sempre accompagnato, non sono mai stato dentro nessuna moda, nessuna scena, non sono mai stato un cazzo, mai definito, e mi piace così. Una serie di pezzi buttati li senza logica.

Solo il rugby, forse, ha spezzato questo bushido.

Ho pensato a tutto questo, e sono arrivato alla conclusione che va bene così, se sono arrivato qui vuol dire che il “background”, o qualunque cosa sia, va bene così, perché quando scrivo io sento che è quello che devo fare, perché “Critici si nasce, artisti si diventa, pubblico si muore”.


Chi avrebbe mai detto che agli italiani piacciono i telefonini?

11 novembre 2010

 

Da uno studio che si poteva fare semplicemente affacciandosi alla finestra, è emerso che gli italiani sono grandi utilizzatori di telefoni cellulari e delle relative reti dati, ma che snobbano o usano poco l’adsl.

Guardando il tizio seduto accanto a me in ufficio, che gestisce il cell personale, quello di lavoro e quello dell’amante, ma non si è ancora reso conto che andando sui siti russi di escort si becca più virus che a fare un puttan tour in Somalia,  non posso che concordare con la ricerca.

Dove non concordo è sulle conclusioni, leggendo i commenti dei professionisti del settore (si capisce che sono professionisti perché usano twitter e ci mettono le parole inglesi), la colpa sarebbe tutta da imputare allo scarso sviluppo dell’adsl nel nostro paese. In poche parole ci sarebbero milioni di italiani impazienti di taggarsi a vicenda su facebook, ed è solo colpa dei governi cattivoni e dei provider stronzi se ancora non intasano la rete con autorevoli commenti forcaioli sull’omicidio Scazzi.

 

L'amore, un attimo prima di vincere sull'odio

Intendiamoci, i governi italiani brillano per la loro scarsa lungimiranza (se perfino paesi come Israele, no dico ISRAELE, lasciano le wifi libere e noi no…) e i provider sono l’incrocio tra un burocrate nazista.. e un altro burocrate nazista ma sono problemi infrastrutturali che nascondono una semplice verità: agli italiani il PC non piace.

Ed è inutile che fate quelle facce e sventolate i vostri netbook come  libretti rossi, nonostante i proclami di Wired e quello che dicono i vostri amichetti sui forum, siamo una minoranza, punto e basta, forse influente (ma neppure troppo, altrimenti avremmo un altro governo), sicuramente in crescita, ma sempre minoranza siamo. I computer sono ancora oggetti passano più tempo in riparazione dal nipotino che ne capisce che nelle mani degli italiani, mentre i cellulari… quelli sono un altro paio di maniche.

Sono passati anni dai primi TACS, il fascino dei telefonini non si è mai spento, dentro ognuno di noi c’è ancora un piccolo industriale della bassa bresciana che si pavoneggia in spiaggia col suo Motorola Dynatac. E non ci importa se costano poco, un modello che che vada oltre le nostre necessità lo si trova sempre.

 

Haters gonna hate

Il nostro rapporto con i cellulari è qualcosa che viene da lontano, ed ha influenzato anche i giovani. Prima era la possibilità di chiamare l’amica per raccontarsi Beautiful, poi la comodità di mandare sms di auguri senza manco presentarsi alle feste, adesso aggiorniamo lo stato di facebook informando tutti sulla durezza delle nostre deiezioni, ma il succo è lo stesso: i cellulari ci piacciono perché ci rendono facili due cose che adoriamo: cazzeggiare e metterci in mostra. I Pc no, quelli si guastano, invecchiano, sono difficili da usare, e poi, diciamocelo, sono da sfigati, e noi non siamo sfigati, nossignore.

Quindi prima di prendercela con governi e provider, rendiamoci conto che, forse, gli italiani la fase PC l’hanno proprio saltata, e ora preferiscono usare qualcosa già conoscono, ma con funzionalità nuove, salvo poi comprarsi l’iPad “perché si”, e rivenderlo dopo due mesi perché non gli entra in tasca.


Aveva ragione Liedholm

29 maggio 2010

E’ così la prima settimana da disoccupato è andata.

Mi sveglio tutte le mattine alle 8.30 e scrivo fino alle 18, quando non sono a battere sui tasti pulisco, metto a posto, passo perfino l’aspirapolvere (cantando rigorosamente I want to break free) e vado a fare la spesa fischiettando.

Tutto questo tempo a disposizione mi ha permesso di aumentare lo sforzo bellico su Eurogamer e su un sacco di altri progetti , se son rose fioriranno, per adesso mi godo la bellissima sensazione di attesa che solo un progetto che sta per partire ti può dare,  e magari mi iscrivo pure all’albo dei pubblicisti.
E la prossima settimana questo “disoccupato” sarà a Karlsruhe, ridente cittadina tedesca, per scrivere un pezzo di anteprima su un gioco, esperienza che non avrei mai potuto fare se fossi stato inchiodato all’ufficio. Tra l’altro pensavo che Karlsruhe assomigliasse ad una specie di incubo steampunk dove il sole è sempre oscurato dai fumi industriali e all’orizzonte si stagliano enormi macchine scavatrici… e invece dalla regia mi dicono sia un simpatico borghetto con un gran bel palazzo e poi più una sega niente fin dove arriva lo sguardo.

Nel frattempo Eldacar mi ha tirato dentro ad una sua pazzia personale, lui dice di avere ragione, io mi limito a scrivere ed annuire, perché in fondo non mi fido troppo di uno che non apprezza Halo 3, però va anche detto che se c’è uno nell’ambiente dell’editoria che non mi ha mai raccontato cazzate, quello è lui.

Gli altri progetti navigano tranquilli verso il porto, ma è inutile che fate domande, per adesso non ho niente da mostrarvi.

Insomma, disoccupato un cazzo.

Sapete che vi dico? Che a volte bisogna perdere qualcosa, anche qualcosa all’apparenza indispensabile, per ottenere qualcosa di più. Che detta così è sembra proprio una stronzata, tipo “ti amo troppo per stare con te” o “non ti pago per scrivere ma ti offro tanta visibilità”, ma in quella bellissima metafora della vita che è il rugby può succedere, perdi un uomo ci metti ancora più grinta e finisce che la meta la fai te, invece di subirla.

E allora perché non dovrebbe funzionare?

Nella peggiore delle ipotesi mi troverete a mendicare alla stazione, abbandonato da parenti, amici e compagna, ma è poi tanto peggio dello stare otto ore in ufficio a fare una cosa che non ti piace?

Alla fine aveva ragione Liedholm:

“In 10 si gioca meglio che in 11″


[Seghe Mentali] Corto è bello

1 ottobre 2009

http://byfiles.storage.live.com/y1ptYQyS3nBeyjXgeTZXpD_oWjBQ3a-lrHXREyKzjxlYVA4BcEwKR9W6-2-k3HZmeuEoK_eZApCKXQLo so che vi aspettavate un pezzo sui viaggi, visto che sono tornato giusto un paio di giorni fa dalla Malesia zeppo di foto che mi ritraggono inguainato in una improponibile muta da sub azzurrina degna di un Power Ranger gay anni 90, ma casomai ne parliamo dopo.

Chi ha la sfortuna di ascoltare le mie fisime con la data di scadenza sa che da un po’ di tempo mi frulla in testa l’idea bislacca di scrivere qualcosa di più di qualche scarabocchio sul blog. Quindi al grido di “Se ci riesce certa gente ci riesco pure io mi sono messo a pensarci seriamente, solo per rendermi conto che non sapevo dove andare e non avevo il “fiato” per farlo.

Avete presente Homer che esce di casa per correre e già ansima passando davanti a casa di Flanders? Uguale.

La mia capacità di attenzione in questo momento non è in grado di reggere lo sforzo di un romanzo, per questo adoro il blog, arrivo, scrivo la mia cazzata di qualche riga senza troppi indugi e chiudo, farlo non mi occupa più di un’oretta di tempo.  Ogni tanto però mi viene da rimuginare sul perchè di questa carenza, in fondo vedo gente dal profilo decisamente modesto che scrive e pubblica senza grossi problemi, perchè non io?. Sarà che non ho assolutamente idea di dove cominciare, e di certo non posso mettermi alla scrivania bofonchiando “libro, libro, libro” come Muttley, sperando che le idee arrivino da sole.

Forse è mi manca l’ambizione di grandezza, non credo in quello che faccio e non penso che ciò che scrivo possa interessare a qualcuno e mi blocco. Ma questo non è vero perchè scrivere mi piace e non ho mai fatto mistero di volerne fare una professione.  Forse allora sono troppo ambizioso e troppo impaziente, una volta che la “macchina libro” si mette in moto voglio subito un risultato concreto e riscontri precisi. Ma troppa ambizione e poca fortuna (se non proprio sfiga nera) possono rovinare anche il più temprato dei caratteri, figuriamoci uno che piange per la scena finale dell’Ultimo Samurai, forse è questo il motivo che mi spinge a restarmene nelle acque placide dello scritto breve, forse ho paura che le onde di piena del fallimento mi travolgano.

E’ anche vero che per scrivere ci vuole talento, ma sinceramente non ho mai incontrato scrittori, nel senso più ampio del termine, che non fossero dotate del talento necessario per farlo (apparte, forse, la Troisi). Ma la capacità di creare un mondo, di trovare il modo giusto per esprimerlo, e farlo in modo originale… quella è un’altra cosa. E’ un concetto un po’ strano ma pensate ad autori come Palahniuk (sopravvalutato o meno che sia), come H.S. Thompson, come Lansdale. Non è solo una questione di “stile”, è il modo in cui lo scrittore racconta il suo mondo, è una firma inconfondibile che puoi trovare in qualunque sua opera. Ripeto, non è una questione di stile, ne di talento, si tratta di avere un modo particolare di vedere le cose e riuscire a dare a questa visione una tono chiaro ed un gusto artistico (quasi come il Glen Grant). L’ennesima vittoria del “come” sul “cosa”.

Non mi pare neppure il caso di imitare lo stile di qualcun’altro. Non solo per una questione d’orgoglio ma anche perchè un determinato stile funziona con un determinato scrittore, ci si può ispirare, si può condividerne il modo di vedere la vita (ormai penso sia difficile non risultare derivativi), ma lo stile dev’essere tuo e tuo soltanto. Spesso questa scusa viene usata per scrivere in modo raffazzonato, artificioso, barocco, è un trucchetto per riempire pagine di sproloqui che cercano di darsi una dignità. Come se mi mettessi in testa di fare un quadro ma, mancandomi le idee, cominciassi a fare i tagli sulla tela come Fontana per poi pretendere una dignità artistica. Non funziona così, quando scrivi  le parole sono l’unica cosa che hai,  se sono di qualcun’altro tantovale che spedirgli pure i soldi che se ne ricavano.

Sicuramente vi ho già annoiato abbastanza, quindi direi di concludere qua, anche perchè, diciamoci la verità aldilà di tutti questi bei discorsi sul “come” se manca anche il seppur minimo “cosa” non si va molto avanti, quindi per adesso vi beccate quello che arriva.


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