Ciao Slave to the machine, benvenuto Nerdcore.

2 agosto 2012

Facciamola breve, perché questo spazio non è certo posto da conferenze stampa.

Slave to the machine, così come lo conoscete, non esisterà più, al suo posto arriva Nerdcore, che per il momento è la stessa cosa, ma fatta un po’ meglio, ma che spera di essere anche qualcosa di più.

Si lo so, per il momento è parecchio bianco, ma ci stiamo lavorando sù.

Oltre a rimanere il mio blog, vorrei che questo spazio diventasse un’agenzia di comunicazione sul modello delle cooperative. Dove chiunque abbia voglia di collaborare o di farsi vedere possa postare la propria roba, sia essa una maglietta, un disegno, due parole scritte, e dove chi  cerca qualcuno per scrivere, disegnare, fare un sito e quant’altro lo possa trovare.

Da domani se andate all’indirizzo di questo blog, verrete portati direttamente su Nerdcore.

Dove io conosco tizio che cerca un grafico, ma tu conosci caio che vuole qualcuno per dei testi e ci scambiamo le conoscenze.

Dove se vuoi trovi tutto, quello che ti fa le grafiche, quello che ti fa il sito, e quello che te lo riempie con le parole giuste.

Dove i “web specialist” e i  “social media manager” che si sentono i signori della rete vengono presi per il culo la prima volta, e presi a sassate la seconda.

E dove, fondamentalmente ci troverete i soliti sproloqui di sempre, perché tanto, quando il tuo core business sono le puttanate, fare il serio ha senso come presentarsi in giacca e cravatta a un toga party.

Ah, visto che Nerdcore ha pure la pagina facebook, vediamo di non fare gli stronzi eh? Un mi piace tutto sommato me lo sono meritato, dopo anni di onorato servizio.


Il gesto di un folle

23 luglio 2012

Il giorno della strage di Denver, Angelo Aquaro ha molto probabilmente preso il primo aereo da New York a Denver, pagato da Repubblica.

Ha preso un taxi, pagato da Repubblica.

Purtroppo non è arrivato in tempo per la conferenza stampa della polizia. Peccato, se fosse rimasto a casa avrebbe potuto seguirla su Twitter, magari su un PC o un telefono, sempre pagato da Repubblica.

Quindi ha iniziato a raccogliere le agenzie, navigare in rete, insomma, cercare le informazioni necessarie per il pezzo come ogni giornalista di oggi.

Non so se abbia parlato con qualcuno, se si sia messo d’impegno per capire e raccogliere le impressioni sull’aria che si respira a Denver, ma credo che abbia giudicato le agenzie soddisfacenti.

Ma forse avrebbe dovuto cercare meglio.

Perché in coda a un pezzo cartaceo, quindi già vecchio quando lo leggerete, in cui analizza una situazione che è già cambiata, come chiosa finale ci mette una frase di cui il giornale che gli paga le vacanze non avrebbe proprio bisogno, visto che sull’argomento ha già preso delle belle cantonate, tipo paragonare il respiratore di Bane alla maschera antigas usata dall’omicida.

Tanto so’ fumetti, che gliene importerà mai alla gente, e il giornale domani è già nella gabbietta del canarino.

Come per il gesto del folle non sappiamo, e forse non sapremo veramente mai, perché lo ha fatto, proprio come il gesto del folle nasce dalla voglia di stupire, di colpire, di dare un senso a ciò che capita intorno a sé.

E quando un giornalista generalista incontra la cultura popolare moderna, il giornalista generalista finisce per rilasciare gli sfinteri e cagare questi capolavori.

Uff…

MA PORCA DI QUELLA MXXXXXX! MA DXX MXXXX!! MA TE SEI UN GIORNALISTA PAGATO CHE FA UN LAVORO CHE TUTTI VORREBBERO FARE, CHE GIRA IL MONDO PER RACCONTARE STORIE E NON SOLO SCRIVI L’ENNESIMA PUTTANATA SUI FUMETTI/VIDEOGIOCHI/FILM CATTIVI, MA NON TI PRENDI NEPPURE LA BRIGA DI SCRIVERLA BENE, E CONFONDI BATMAN CON SANDMAN, MA PORCODXX CI METTI TRE SECONDI SU WIKIPEDIA, TRE SECONDI PER CAPIRE LA DIFFERENZA!!!! SEI IL FOTTUTISSIMO ESEMPIO DI UN SETTORE CHE SI MERITA DI MORIRE AVVOLTO IN UN FALO’ DI ARTICOLI IMPRECISI, SUPPONENTI, BORIOSI E QUALUNQUISTI, IO VI ODIO, VI ODIO PERCHE’ FATE IL MIO LAVORO E LO FATE MALE E NON SOLO IO, MA QUALUNQUE DEI MILIONI DI GIORNALISTI SFRUTTATI IN ITALIA LO FAREBBE MEGLIO,  È ARRIVATO IL MOMENTO CHE VI LEVIATE DAI COGLIONI, MALEDETTE MUFFE ANNIDATE NEGLI ANFRATTI DELLA STORIA!

PORCXXX! DIXXXX! MADOXXXX VERMEDIXXXX!

Credo sia tutto.


Halo 4: Forward Unto Dawn Trailer.

13 luglio 2012

Non ho parole, non ho semplicemente parole, il trailer è finito da cinque minuti e ho ancora i brividi lungo la schiena.

Non ci sono cazzi, a quelli di Halo il fan service e i live action trailer sono sempre venuti benissimo, ma questo è come Natale, il tuo compleanno e la tua prima volta tutti insieme.

All’alba dei 31 anni essere ancora esaltato come un bimbo per queste cose direi che è una bella risposta alla domanda “Ma sei sempre il solito coglione?”


Emilia Paranoica – Cronache da Cavezzo (prima parte).

27 giugno 2012

 

Mercoledì

Sveglia alle sei e un quarto, annaspo tra lenzuola e sudore.  Denti, doccia, caffè e cercare lo zaino tra i raggi del sole che filtrano dagli scuri.

Cosa porti se devi andare per un giorno in campo di rifugiati dal terremoto? Mah, una maglietta in più, perché suderai, ciabatte, che non si sa mai, un paio di mutande in più, lenti di ricambio e iPad, hai visto mai ci fosse da scrivere qualcosa.

Contravvenendo a ogni legge spaziale, dimentico l’asciugamano.

Alle sette sono a caricare le pizze su camion refrigerato. L’idea della missione è molto semplice, si portano 2000 pizze precotte alla tendopoli di Cavezzo, portandosi dietro anche il forno, e si torna indietro in nottata, semplice e indolore, se escludiamo i 40 gradi di media e l’idea di tornare alle quattro di notte.

Arrivati a destinazione cominciamo a vedere tende ovunque, nei giardini pubblici, nei parcheggi, nelle aiuole spartitraffico, nelle rotonde, l’intero paese sembra diventato una sorta di campeggio improvvisato, con tanto di vecchini in mutande che dormono sulla sedia di fronte all’entrata, fornello da campo col sugo che bolle e panni stesi ai tiranti.

Eppure le case sono tutte in piedi, almeno quelle che vediamo. “Ma le fondamenta son tutte sballate, un’altra scossa e vengono giù, poi tu ci torneresti in casa col rischio di ritrovarti sotto un’altra scossa?” mi dirà poi un tizio in coda per la mensa.

Non mi pare il caso di rispondergli “Beh oddio, se non ho salvato la partita…” anche perché dentro ho una paura fottuta all’idea che la terra possa tremare di nuovo. Il terremoto non è come le altre catastrofi naturali, perfino un Tsunami lo puoi prevedere, ma il terremoto è come un gruppo di tifosi nell’autogrill, arriva, fa il cazzo che vuole e se ne va, e tu rimani a contare i danni.

Superato il cancello della protezione civile, siamo stati indirizzati verso quello gestito dai abruzzesi, veniamo accolti da alcuni volontari che cercano di farsi largo col machete del buon senso nella giungla della burocrazia. Il piazzale principale è un deserto battuto dal sole dove ci sono centinaia di tonnellate di materiale da catalogare, spostare e stoccare. Roba a volte deperibile, che al caldo si deteriora peggio di un obeso si in spiaggia, ma che spesso è costretto a frollare nel forno dei container per ore per motivi assurdi.

Vuoi perché non si trova l’attuale responsabile, o manca l’assicurazione per il conducende del muletto, o la roba è già troppa, o chi deve occuparsene sta scaricando altro, molto spesso alla fine la situazione si risolve con quattro disperati stravolti dal sudore che si guardano negli occhi e fanno “va beh dai, la spostiamo noi e vaffanculo”.

Intanto, il giorno in cui siamo arrivati noi, non so quante tonnellate di macinata sono state buttate via perché nessuno poteva spostarla, ed è marcita sotto il sole.

Fortunatamente a noi va un po’ meglio, alla parola “birra” trovano subito un container refrigerato per le pizze e gli otto pancali di birra e un muletto per scaricare il forno. Per pranzo abbiamo finito, e posso mettermi in coda con i rifugiati per un piatto di pasta. Pasta con le salsicce, cotoletta arrosto, insalata, albicocche una bottiglia d’acqua, quando vado a complimentarmi per il servizio, Alessandro, un tipo con la basetta scolpita che assomiglia vagamente a Castellitto mi fa “guarda io ho un solo criterio, cucino, assaggio e poi mi domando: lo mangerei? Se sì, lo servo, che poi di lavoro faccio il fabbro eh?”.

Con tutto il pomeriggio a disposizione, tanto vale fare qualche foto, ma dopo poco un tizio della protezione civile in camicia mi ferma.

“Non si possono fare foto qui, ci sono i bambini”

“Non sto facendo le foto ai bambini, solo in giro”

“Non si può c’è l’ordinanza del prefetto, la privacy, le cavallette”

“Ma perché? Non sto fotografando nessuno, solo le strutture del campo, comunque se serve l’autorizzazione la chiedo”.

“Senti perfavore, non si può, o smetti o dobbiamo portarti fuori”.

Metto il telefono in tasca, solo per tirarlo fuori subito dopo per scattare altre foto facendo finta di telefonare, benvenuta nel 2012 ordinanza del prefetto.

Che poi non capisco veramente che male ci sia, pur con mille problemi di organizzazione, di invidie tra i vari campi e i vari comuni, che fanno a gara a chi ha più roba e si litigano le risorse, pur col caldo e la polvere che sta facendo venire la congiuntivite a tutti quelli che rimangono più di una settimana, pur con le tensioni etniche che stanno salendo sempre di più in vista del ramadan, le strutture sono buone, i bagni puliti, le tende in ordine, si mangia bene e c’è perfino uno spazio per far giocare i bambini, che sembra essere quelli ad aver risentito meno del problema.

L’atmosfera del campo, tutto sommato è meno peggio del previsto, probabilmente perché all’interno la gente è poca, chi ha una tenda o un camper preferisce dormire vicino casa, per evitare gli sciacalli (Un carabiniere la sera mi confiderà che hanno arrestato persino gente che rubava ai morti, due giorni prima), e al campo mangiarci soltanto. Dentro ci sono solo anziani, qualche famiglia con bambini e extracomunitari.

I ragazzi dai 16 ai 30 anni sembrano scomparsi, volatilizzati, chi può è andato al mare, o da amici, o è rimasto nel suo alloggio universitario. Altro che universitari con la borsa a tracolla, fashon blogger e barbe ironiche, se vi stanno sul cazzo gli hipster un campo di rifugiati è il posto perfetto per voi, qua la geste veste a cazzo di cane solo perché in un giorno s’è ritrovata a possedere solo ciò che ha arraffato scappando.

La maggior parte della popolazione del campo è composta da volontari, che si dividono nelle classiche categorie che nascono quando c’è da fare qualcosa:

Ci son quelli che si fanno il culo come una capanna, pulendo i bagni, tirando cavi, preparando generatori e spostando materiale tutto il giorno e alle dieci russano in branda.

Ci sono quelli che lavorare sì, ma se passa una birretta fredda datemela anche a me.

R quelli che stanno tutto il pomeriggio seduti a far lavorare gli altri dicendo “ah come riempie il cuore fare volontariato”.

Poi vabeh ci sono anche personaggi del tipo “sì ma facciamo veloce con ste scartoffie, con voglio andare al mare” e i NAS che vengono a controllare, assaggiando, che la roba sia buona, bloccandoti la preparazione della cena, gente che pure l’esercito di Mordor si schiferebbe ad avere nei propri ranghi.

Alla fine, tra un coro alpino e quattro bestemmie per collegare il forno alla rete elettrica, siamo pronti per la serata, un gruppo sta all’aperto col forno e un gruppo cuoce le pizze all’interno di un camion cucina dove suderebbe il diavolo, vi lascio intuire dove sono finito io, ma ve lo racconto la prossima volta.

Fine prima parte.


Hai la faccia di legno, dove cazzo eri finito?

19 giugno 2012

Non mi dite niente lo so da solo.

Avete presente quando uno trova la donna e sparisce per mesi, poi torna in piazza dagli amici quando gli è passata la fregola dello scopascopa come se niente fosse, sperando di sfuggire al plotone d’esecuzione?

Ecco, uguale, quindi tiratemi pure le lattine e mettetemi lo zucchero nel serbatoio del motorino, me le merito tutte.

A mia parziale discolpa posso dire che ho una lista di roba da scrivere post E3 che la metà basta, ma è una scusa per perdenti, visto che è pieno di gente che lavora scrivendo E mantiene un blog in salute.

Sempre a mia parziale discolpa, sappiate che presto le cose qua cambieranno molto a livello grafico e filosofico, d’altronde sta’ partiva IVA dovrò pur farla fruttare no? Solo il tono rimarrà lo stesso, non saprei d’altronde parlare in altro modo, come le C aspirate.

E adesso, come tutti quelli che non sanno che cazzo scrivere sul blog, vi lascio un video, pronto a prendermi tutti gli sputi e le lattine vuote che vorrete tirarmi.


Ma come cazzo parli.

30 maggio 2012

 

La scrittura non è un atto, non è una passione, è un muscolo.

I muscoli sono organismi strani, se li alleni troppo in un solo modo, se gli fai compiere sempre lo stesso gesto, quelli diminuiscono sempre più i loro miglioramenti. Per questo chi va in palestra con un minimo di serietà tende a variare e ruotare gli esercizi, un muscolo abituato è un muscolo che ha smesso di migliorare.

Con la scrittura funziona più o meno allo stesso modo, ma questo lo capisci solo dopo, quando, articolo dopo articolo, ti rendi conto che se non metti qualcosa di tuo anche nelle news di quattro righe finirai come quelli che vanno avanti col “mestiere”.

Perché non so se ci avete mai fatto caso, ma ogni argomento ha il suo template. La maggior parte dei pezzi che leggete su internet, nei blog, sui quotidiani, sono composti in minima parte di informazioni fondamentali, il resto è mestiere.

Un mestiere che dopo anni ti ha insegnato ad aprire un pezzo, e a chiuderlo, utilizzando sempre le stesse quattro parole.

Ci avete fatto caso? Se si parla di qualcosa successo il venerdì o il sabato sera c’è sempre di mezzo la “movida”. Parola spagnola, quindi vagamente esotica e “straniera”, perfetta per dare al lettore medio perbenista quell’idea di proibito e di estraneo, che lo porta a domandarsi cosa fanno i giovani durante questa famigerata movida, quando al massimo bevono, fumano e parlano sui gradini di una piazza.

E vogliamo parlare de “il popolo della rete”, “il web” e gli altri modi di dire fatti con lo stampino dietro i quali si nasconde uno stagista pagato per leggere i disperati che su twitter fanno i brillanti nella speranza di venire citati sul quotidiano, o che deve trovare l’ennesimo video, che su Youtube faceva ridere due mesi prima, da mettere nella colonna di destra?

I crimini sono tutti “efferati”, i gesti “estremi”, le conseguenze “inevitabili”.

Basta per dio, basta.

Tralascio tutto ciò che succede nel mio modesto settore di competenza, dove purtroppo siamo schiavi di parole come “comparto grafico”, “giocabilità” e altre mine vaganti contro cui, vi giuro, è una lotta continua per cercare di tirar fuori qualcosa che sia diverso dalle centinaia di parole tutte uguali che vengono vomitate ogni giorno sui nostri schermi.

E spesso non ci si riesce, perché anche se le parole sono più delle note, a volte sembra di poterci fare molte meno cose.

L’unica soluzione è fare come in palestra, allenare questo muscolo con esercizi diversi, e stando troppo lontano da questo blog mi sono reso conto personalmente quanto sia difficile sfuggire al dolce abbraccio della prosa giornalistica fatta con lo stampino.

 

Dio cristo sto scrivendo così tanto in “giornalese” che l’altro giorno quando m’hanno chiesto come va ho risposto “affrontiamo la giornata con cauto ottimismo, in attesa di sviluppi futuri”.

 

Potrei anche ripromettervi e ripromettermi che stavolta sarà diverso, che da domani lo aggiornerò come un pazzo, ma sono troppo sobrio per ingannare me stesso.

 

Oltre tutto, tra qualche giorno si parte per l’E3, per Los Angeles, dove abiterò in un ostello arredato con mobili ikea mentre si ascolta musical industrial di un gruppo della Westfalia.

Dunque anche voi, come farete a crederci?


Diablo III – recensione

18 maggio 2012

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Avete presente in Trainspotting il tizio che non si droga, pulito, classico bravo ragazzo, che a causa di Renton e Sick Boy comincia a drogarsi come una bestia e finisce male?

Beh c’è stato un tempo in cui ero il Renton dei videogiochi, solo decisamente più in carne, erano i tempi in cui si bestemmiava per Sensible Soccer e non per Pro Evolution, tempi lontani, ma per certi versi molto simili a oggi, perché nell’industria dei videogiochi niente cambia, diventi solo più vecchio e con meno tempo.

Avevo un amico che i videogiochi li seguiva veramente di striscio, giusto qualcosa al bar, tanto per passare il tempo, il classico tipo che una volta trovavi fuori dal bar su un motorino a limonare con qualcuna, ma che tutto sommato a scuola tirava dritto senza troppi problemi.

Poi un giorno questo mio amico venne a casa mia e fece la domanda fatidica.

“Cos’è quello?”

All’epoca ero giovane, non sapevo, non pensavo, non immaginavo che da grandi videogiochi derivassero grandi responsabilità, e quindi risposi inconsapevole:

“Si chiama Diablo, vuoi provare?”

Da quel giorno il mio amico cominciò a farsi vedere poco in giro, al bar non lo trovavi più, buttò nel cesso un trimestre, finché la madre non gli stacco il PC, e quando mi incrociava parlava SOLO di Diablo, anche mesi dopo la sua uscita.

Li per li ero solo felice di avere qualcuno con cui parlare delle mia passioni, ma col tempo mi resi conto che avevo condotto un ragazzo alla perdizione, e me ne pentii.

Poi, come spesso accade, ci siamo persi di vista, la vita ci ha portati lontani per anni, e non ho più saputo niente di lui per molto tempo.

Tempo fa l’ho rivisto, abbiamo chiacchierato dei rispettivi lavori, della casa, delle donne… finché ad un certo punto è sceso tra di noi uno strano silenzio, mi ha guardato dritto negli occhi, e con voce calma mi ha detto.

“Oh ma lo sai che con Diablo m’hai fottuto un anno della mia vita?”

Tutto questo per dirvi che forse non dovreste leggere la mia recensione di Diablo III (credo di essere il primo in Italia, ma evitiamo di pompare troppo l’ego), e forse non dovreste neppure comprarvi il gioco.

Se proprio non volete darmi retta, ci vediamo a Tristram, io sono quello appoggiato al bancone della locanda.


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